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Colosseo, gli ambulacri meridionali

Colosseo, gli ambulacri meridionali
Colosseo e architettura contemporanea: il progetto di Stefano Boeri Interiors per gli ambulacri meridionali restituisce leggibilità al monumento senza ricostruirlo.

Colosseo, gli ambulacri meridionali

Colosseo, gli ambulacri meridionali: il progetto di Stefano Boeri Interiors

Intervenire sul Colosseo significa misurarsi con un paradosso: rendere più leggibile un monumento che tutti credono di conoscere, senza trasformare l’archeologia in una ricostruzione scenografica.

È il problema affrontato dal progetto di Stefano Boeri Interiors per gli ambulacri meridionali dell’Anfiteatro Flavio, inaugurato nel marzo 2026 dopo una lunga campagna di scavo e valorizzazione condotta dal Parco Archeologico del Colosseo. L’intervento lavora sul lato sud del monumento, dove due anelli dell’antico sistema degli ambulacri sono scomparsi nei secoli, lasciando un vuoto che aveva progressivamente alterato la percezione della reale estensione dell’edificio.

Il lato perduto del Colosseo

Il perimetro originario del Colosseo è ancora leggibile in modo continuo soprattutto sul fronte settentrionale. Sul lato meridionale, verso il Celio, il crollo degli ambulacri ha invece cancellato una parte consistente della struttura originaria.

Il processo iniziò già tra VI e VII secolo, favorito da terremoti, cedimenti e abbandono. Nei secoli successivi, parte dei materiali venne asportata e riutilizzata, modificando ulteriormente la morfologia del luogo.

Quello che oggi percepiamo come “bordo” del Colosseo, quindi, non coincide con il suo limite antico.

Ed è proprio questa distanza tra monumento conservato e monumento originario a costituire il tema del progetto.

Lo scavo come punto di partenza

Tra ottobre 2022 e marzo 2026 il Parco Archeologico del Colosseo ha condotto un ampio intervento di scavo e valorizzazione su circa 3.000 mq del settore meridionale.

La sistemazione precedente, di origine tardo-ottocentesca, non consentiva di leggere correttamente né il piano antico di calpestio né le strutture superstiti.

Il progetto contemporaneo nasce quindi dopo l’archeologia, non prima.

Questo è un punto essenziale: la nuova architettura non sovrappone un disegno autonomo alla rovina, ma utilizza le informazioni emerse dagli scavi per ricostruire quote, geometrie e rapporti spaziali.

Un progetto che non ricostruisce

L’intervento non tenta di rifare gli ambulacri perduti.

Non vengono ricostruite volte, facciate o pilastri secondo un’ipotetica configurazione antica.

Il progetto sceglie invece un livello di astrazione più interessante: restituire la struttura spaziale senza ricostruirne il volume.

Stefano Boeri Interiors descrive l’intervento come una ricomposizione capace di ristabilire il perimetro di riferimento del Colosseo attraverso il recupero delle quote originarie, della crepidine e della pavimentazione degli ambulacri scomparsi.

È quindi il suolo a diventare architettura.

La crepidine ritrovata

Uno degli elementi centrali è il recupero della crepidine, il doppio gradino che definiva il basamento perimetrale dell’Anfiteatro Flavio.

Per renderlo nuovamente percepibile è stato necessario intervenire anche sulle quote della piazza contemporanea.

Il nuovo assetto distingue così con maggiore chiarezza il profilo del monumento dalla pavimentazione urbana circostante in sampietrini.

Questa operazione apparentemente semplice cambia radicalmente il modo in cui si percepisce il Colosseo.

Il monumento non viene ampliato materialmente, ma recupera visivamente parte della propria dimensione originaria.

3.130 mq di travertino per ricostruire una geometria

La nuova pavimentazione occupa circa 3.130 mq ed è realizzata con lastre trapezoidali di travertino.

La disposizione segue la geometria radiale dell’anfiteatro e si allinea agli assi dei fornici.

La scelta non è decorativa.

Il disegno del pavimento diventa uno strumento di orientamento e di interpretazione dell’organizzazione originaria del Colosseo.

Le lastre accompagnano la curvatura della crepidine, mentre la diversa tessitura rispetto ai sampietrini della piazza rende immediatamente riconoscibile l’area appartenente agli antichi ambulacri.

Il travertino stabilisce inoltre una continuità materiale con il monumento senza simulare una superficie antica.

Le impronte delle strutture scomparse

Il progetto introduce una serie di elementi in travertino che indicano la posizione delle strutture ormai perdute.

Alcuni sono leggermente rialzati e possono essere utilizzati come sedute; altri rimangono complanari alla pavimentazione, segnalando attraverso la texture il disegno originario senza ostacolare i percorsi.

È una scelta significativa.

Il visitatore non vede una ricostruzione del pilastro, ma la sua impronta.

L’assenza rimane visibile come assenza.

La nuova architettura non cerca quindi di completare il Colosseo, ma rende leggibile ciò che non è più presente.

La finestra archeologica

Tra i fornici 65 e 71 il nuovo pavimento viene interrotto.

Qui una finestra archeologica mantiene visibili le fondazioni e le stratificazioni emerse durante gli scavi.

Il progetto evita così di trasformare la nuova superficie in una copertura uniforme.

In alcuni punti il disegno contemporaneo ricompone la geometria perduta; in altri lascia direttamente spazio all’archeologia.

Questa alternanza tra ricostruzione astratta e materia originale è probabilmente uno degli aspetti più riusciti dell’intervento.

Ritrovare anche i numeri dei fornici

Un altro dettaglio riguarda la numerazione degli ingressi.

Sul lato meridionale era andata perduta insieme agli ambulacri. Il progetto la reintroduce incidendo i numeri progressivi su specifiche lastre di travertino, sulla base del sistema ancora conservato sul fronte settentrionale.

È un elemento minimo, ma contribuisce a ricostruire il rapporto tra geometria, accessi e organizzazione originaria dell’anfiteatro.

Da spazio interno a spazio pubblico

Il progetto introduce anche un cambiamento concettuale interessante.

Quella che nell’antichità era parte dello spazio interno del Colosseo è diventata, dopo il crollo, uno spazio esterno.

Oggi viene reinterpretata come spazio pubblico urbano.

Boeri ha sottolineato come sia ora possibile entrare in uno spazio che mantiene proporzioni e materiali legati all’antico ambulacro, pur essendo diventato parte della piazza contemporanea.

Questo passaggio rende il progetto qualcosa di più di un intervento archeologico.

Il bordo del Colosseo torna a essere abitabile.

Le sedute, i percorsi e la nuova pavimentazione consentono soste e attraversamenti che trasformano un’area precedentemente marginale in una nuova soglia tra monumento e città.

Reversibilità e accessibilità

Il progetto è impostato secondo principi di reversibilità e accessibilità.

Le differenze di quota determinate dal recupero del livello storico vengono superate attraverso rampe integrate nella nuova sistemazione, mentre gli elementi contemporanei sono progettati per non compromettere la lettura delle strutture antiche.

La reversibilità assume qui un valore particolare.

Non significa rinunciare a progettare, ma costruire un intervento sufficientemente autonomo e riconoscibile da poter essere distinto dall’archeologia.

Il contemporaneo dentro la rovina

Il progetto degli ambulacri meridionali pone una questione più generale: come si può progettare dentro un monumento archeologico senza imitarlo?

La risposta non passa necessariamente attraverso il contrasto radicale.

Qui materiali, geometrie e quote derivano dal Colosseo stesso.

Ciò che distingue il nuovo dall’antico è soprattutto il grado di astrazione.

Il travertino è quello della tradizione romana, ma la sua posa è dichiaratamente contemporanea. I pilastri vengono evocati, non ricostruiti. Il limite antico viene ripristinato, ma senza simulare la facciata scomparsa.

Il progetto lavora quindi su una soglia sottile tra ricostruzione e interpretazione.

Il Colosseo come spazio urbano

Uno degli aspetti più interessanti è infine il rapporto con Roma.

Il Colosseo viene spesso percepito come un oggetto monumentale isolato, quasi separato dalla città contemporanea.

Il recupero degli ambulacri meridionali lavora nella direzione opposta.

Restituire l’antico perimetro significa anche ridisegnare la relazione tra monumento e piazza.

Il suolo diventa il luogo nel quale archeologia e spazio pubblico coincidono.

Il risultato non è soltanto una migliore comprensione della storia del Colosseo, ma una nuova modalità di avvicinarsi fisicamente al monumento.

Progettare ciò che non c’è più

Il progetto di Stefano Boeri Interiors mostra come il recupero di un edificio storico non debba necessariamente coincidere con la ricostruzione della sua immagine perduta.

A volte può essere più efficace lavorare sulle tracce, sulle quote, sulle geometrie e sui vuoti.

Nel caso degli ambulacri meridionali, l’architettura contemporanea non prova a completare il Colosseo.

Ne rende invece nuovamente percepibile una parte scomparsa.

Ed è proprio questa capacità di trasformare l’assenza in spazio leggibile a costituire l’aspetto più interessante dell’intervento.

Per chi opera sul patrimonio storico di Roma, il progetto offre una lezione importante: il contemporaneo può entrare nella città antica senza mimetizzarsi e senza necessariamente contrapporsi ad essa, quando il progetto nasce dalla conoscenza del luogo e dalla capacità di distinguere ciò che deve essere conservato da ciò che può essere reinterpretato.

Fonti e approfondimenti

La documentazione ufficiale del Parco Archeologico del Colosseo ricostruisce il cantiere archeologico, le parti perdute dell’anfiteatro e il nuovo allestimento.

La scheda di Stefano Boeri Interiors descrive il progetto architettonico, la nuova pavimentazione, le impronte delle strutture perdute e i principi di accessibilità e reversibilità.

Una restituzione necessaria o un eccesso di interpretazione?

Proprio la chiarezza del nuovo intervento è anche il punto sul quale si concentra il dibattito.

La grande superficie in travertino, le impronte dei pilastri e la ricostruzione della quota originaria rendono finalmente leggibile la dimensione perduta del Colosseo. Ma, nello stesso tempo, introducono un’immagine molto forte e inevitabilmente contemporanea là dove per secoli era stata percepita soprattutto una condizione di rovina.

La questione è quindi sottile: quanto deve essere esplicito un progetto di valorizzazione archeologica?

Nel caso degli ambulacri meridionali, il visitatore non è lasciato libero di ricostruire mentalmente il monumento a partire dai pochi resti superstiti. Il nuovo suolo gli propone già una lettura: indica dove passavano gli ambulacri, dove si trovavano i pilastri e quale fosse il limite originario dell’anfiteatro.

È una scelta didatticamente efficace, ma non neutrale.

Prima dell’inaugurazione proprio la ripavimentazione dell’area era stata oggetto di discussione. A sostegno dell’intervento, l’archeologo Andrea Carandini ha sottolineato la necessità di recuperare la quota originaria e di restituire leggibilità a uno spazio che gli scavi avevano finalmente reso comprensibile; Boeri ha invece rivendicato la capacità del progetto di avvicinare il pubblico all’archeologia.

Il dubbio resta però interessante dal punto di vista architettonico: nel rendere leggibile una rovina, fino a che punto è lecito completarne percettivamente le parti mancanti?

L’intervento evita certamente la ricostruzione mimetica. Non vengono rifatte pareti, volte o facciate. Eppure il nuovo pavimento in travertino possiede una presenza materiale molto più forte delle poche testimonianze antiche rimaste in superficie.

Da questo punto di vista, il progetto può essere letto in due modi opposti.

Da una parte, restituisce al Colosseo una scala che la città contemporanea aveva progressivamente cancellato e permette di comprendere immediatamente che l’anfiteatro proseguiva oltre l’attuale fronte murario. Il Parco Archeologico stesso indica proprio nella mancata leggibilità del monumento uno dei problemi della sistemazione tardo-ottocentesca precedente.

Dall’altra, la precisione del nuovo disegno rischia di ridurre quella condizione di incompletezza e stratificazione che costituisce una parte essenziale dell’esperienza archeologica del Colosseo.

Non necessariamente è un difetto. È però il punto nel quale l’intervento smette di essere soltanto conservazione e diventa apertamente progetto contemporaneo.

Ed è forse proprio qui che il progetto diventa più interessante: non perché risolva definitivamente il rapporto tra nuovo e antico, ma perché rende evidente quanto ogni intervento sull’archeologia comporti inevitabilmente una scelta interpretativa.

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